PALESTINA, un secolo di annessioni, immigrazioni e emigrazioni forzate

Articolo scritto per Most, rivista quadrimestrale di politica internazionale.

 

Una ricostruzione del conflitto israelo-palestinese con uno sguardo rivolto agli immensi movimenti migratori che hanno coinvolto questa terra negli ultimi 150 anni, colpita da una massiccia immigrazione ebraica ed una conseguente emigrazione forzata araba, mutandone totalmente l’assetto demografico.

Dall’Impero Ottomano alla Naqba

La Palestina, oggi circoscritta alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania, è una terra che nell’ultimo secolo ha vissuto imponenti flussi migratori e spostamenti forzati di popolazione. Le prime statistiche disponibili sulla popolazione palestinese risalgono alla seconda metà del 1800, quando l’Impero Ottomano, che allora controllava la regione storica della Palestina (di cui faceva parte anche l’attuale Israele), iniziò ad effettuare dei censimenti nella zona. Nel 1879 i residenti di fede ebraica risultarono essere solo il 3,2% dell’intera popolazione.

Contemporaneamente in Europa le minoranze ebraiche erano spesso sottoposte a discriminazioni e violenze, specialmente nell’Europa centro-orientale e in Russia, come ricordano i tristemente noti pogrom dell’epoca zarista. All’interno di queste minoranze prese piede una nuova ideologia nazionalista – il “sionismo” – che mirava alla costruzione di un autonomo stato ebraico.

Sull’onda della “risalita al monte di Sion”, da cui ebbe origine il termine sionismo, iniziò nel 1881-82 la prima ondata migratoria di ebrei provenienti dalla Russia e dall’Europa orientale. Nel 1897 venne fondata, su iniziativa di Theodor Herzl, l’Organizzazione sionista mondiale che, tra le altre cose, finanziò l’acquisto di terre palestinesi dove furono fondati i primi insediamenti ebraici. Tra i migranti vi erano numerosi giovani animati da un fervido nazionalismo, e talvolta perfino da ideali socialisti, che cercavano nella “terra promessa” il luogo dove costruire una nuova società.

La Dichiarazione di Balfur del 1917, con cui il ministro degli Esteri britannico dichiarava di guardare con favore alla creazione in Palestina di un “focolare nazionale ebraico”, fu una prima vittoria per il movimento sionista e favorì una ulteriore crescita del movimento migratorio verso la Palestina, a cui si aggiunsero gli ebrei benestanti in fuga dalla Russia sovietica.

Con la fine della Prima Guerra Mondiale e la sconfitta dell’Impero Ottomano, la Società delle Nazioni affidò il mandato sulla Palestina alla Gran Bretagna, con il monito che adottasse provvedimenti per limitare l’immigrazione ebraica. Ma la Gran Bretagna non si impegnò seriamente nel controllare le frontiere e l’immigrazione continuò ininterrotta e crebbe ulteriormente negli anni successivi, finché alla fine degli anni trenta, col consolidarsi del nazismo in Germania, la popolazione ebraica in Palestina raggiunse il mezzo milione di persone (rispetto ai 15.000 del 1879) e iniziò a vietare agli arabi di lavorare sulle terre da loro controllate.

Alla fine della Seconda Guerra mondiale gli scontri fra ebrei e arabi crebbero a tal punto che la Gran Bretagna, in difficoltà, rimise il proprio mandato sulla Palestina in seno all’ONU, che nel 1947 progettò quindi di dividere la Palestina in due Stati, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. La proposta venne accettata dalla comunità ebraica, desiderosa di procedere il prima possibile alla dichiarazione di indipendenza, ma fu rifiutata dagli arabi, che contestavano il fatto che il progetto assegnasse agli ebrei più della metà del territorio palestinese, tra cui le zone più fertili, nonostante rappresentassero solo il 33% dell’intera popolazione.

Immediatamente dopo l’adozione della risoluzione ONU si ebbero ovunque scontri e proteste con un altissimo livello di violenza da ambo le parti, ma le forze ebraiche – che durante l’amministrazione britannica avevano potuto organizzarsi indisturbati e strutturarsi militarmente – dimostrarono fin da subito di essere militarmente più forti e così il 14 maggio 1948 i comandi ebraici dichiararono la nascita dello Stato di Israele, che venne immediatamente riconosciuto da URSS e USA. Nei giorni successivi gli eserciti dei paesi arabi limitrofi reagirono attaccando Israele, ma le forze arabe erano divise e male organizzate ed in poco tempo furono sconfitte da Israele, che ne approfittò per espandersi ulteriormente. Al momento della firma dell’armistizio, nel luglio 1949, i confini di Israele racchiudevano una porzione di territorio molto più estesa rispetto al piano previsto dall’ONU. Di quanto restava del previsto Stato palestinese, la Striscia di Gaza fu annessa all’Egitto e la Cisgiordania fu incorporata alla Giordania, che assunse il nome di Giordania. La Palestina come unità territoriale era scomparsa.

Oltre 700.000 palestinesi, più della metà della popolazione araba locale, lasciarono i territori del nuovo Stato d’Israele iniziando l’esodo palestinese e aprendo così l’annosa questione del “diritto al ritorno” alle loro case d’origine, ora controllate da Israele e riabitate da coloni israeliani. Il “diritto al ritorno” è tuttora riconosciuto come legittimo dall’ONU ma è stato sempre rigettato da Israele. Ancora oggi è possibile incontrare in Palestina anziani che portano al collo la chiave della casa in cui vivevano prima della guerra e in cui non sono mai più potuti ritornare. La guerra del 1948 viene ancora oggi ricordata dagli arabi come la Naqba, ovvero la “catastrofe”.

Nel 1950, l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA dichiarò che i rifugiati palestinesi erano 957.000, il che significa che circa due terzi dei palestinesi residenti nel neonato stato di Israele avevano lasciato le loro case. Di questi, circa un terzo si era rifugiato nella Striscia di Gaza, un altro terzo nella Cisgiordania e i restanti nei vicini paesi arabi, soprattutto in Giordania. Nacquero numerosi campi profughi improvvisati, molti di essi gestiti dalle Nazioni Unite. I campi profughi erano stati pensati come una soluzione temporanea, per rispondere con immediatezza all’esodo palestinese, ma, poiché Israele non ha mai concesso il ritorno dei palestinesi alle loro case di origine, i campi profughi sono tuttora attivi, sovrappopolati e privi dei più basilari standard di vita.

L’espansione di Israele e la disfatta dei paesi arabi

La tensione crescente tra Israele e i paesi arabi vicini, unita alla rinascita politica dei palestinesi con la creazione di Al-Fatah nel 1959 e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) nel 1964, portarono Israele a compiere una serie di attacchi aerei contro Siria e Giordania, finché il 5 giugno 1967 l’aviazione israeliana attaccò a sorpresa le basi aeree egiziane, occupando militarmente ampi territori, tra cui il Sinai, Gaza, Gerusalemme e l’intera Cisgiordania. In soli sei giorni Egitto, Siria, Giordania e Iraq furono costretti alla resa.

Gaza e la Cisgiordania, rispettivamente controllate da Egitto e Giordania, furono annesse da Israele al suo territorio, che ottenne così il controllo sull’intera Palestina, oltre al Sinai egiziano e alle Alture del Golan siriane. 300.000 palestinesi dovettero lasciare le loro case e aggiungersi alla già numerosa diaspora palestinese, che superò così il milione di persone.

Le continue sconfitte militari portarono ad un progressivo abbandono della causa palestinese da parte dei paesi arabi, a cui si aggiunsero la difficoltà a gestire le numerose minoranze palestinesi rifugiate nei paesi arabi, soprattutto in Giordania, dove nel 1970 il re Husayn scelse lo scontro coi i profughi palestinesi, in una guerra che causò migliaia di morti fra la popolazione palestinese, ricordata come “settembre nero”.

Con la guerra del 1973, con cui Egitto e Siria cercarono di riprendersi rispettivamente il Sinai e le alture del Golan con l’aiuto di vari paesi tra cui perfino Cuba, Israele mostrò definitamente la sua superiorità militare, grazie all’aiuto strategico degli Stati Uniti, ormai diventati l’alleato strategico del paese sionista. E alla fine della guerra anche l’Egitto fu costretto al riconoscimento di Israele e alla fine delle ostilità, abbandonando di fatto la causa palestinese.

Negli anni ottanta scoppiò poi una guerra civile in Libano, in cui Israele si inserì compiendo una sanguinosa invasione e costringendo i militanti palestinesi dell’OLP presenti in Libano a fuggire.  Ma il rovesciamento subito dall’OLP in Libano aprì un periodo di crescente mobilitazione in Palestina che portò allo scoppio nel 1987 di una vasta rivolta popolare, l’intifada, contro l’esercito israeliano che occupava militarmente quelle regioni dal 1967.

Gli accordi di Oslo, il muro, le colonie

In seguito all’esplosione dell’intifada vennero avviati dei negoziati tra Israele e l’OLP guidato dal carismatico Yasser Arafat – gli accordi di Oslo – che furono firmati a Washington nel settembre 1993. In cambio del riconoscimento di Israele, l’OLP ottenne il diritto ad un parziale autogoverno in una parte dei territori occupati, con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Tuttavia i temi più spinosi, come la permanenza degli insediamenti ebraici nei territori occupati, il ritorno dei rifugiati palestinesi e lo status della parte araba di Gerusalemme – Gerusalemme Est – non furono trattati.

I successivi tentativi diplomatici si rivelarono un fallimento e i nuovi governi israeliani attuarono una politica sempre più dura e intransigente. Si diffuse la pratica delle “esecuzioni mirate” di dirigenti palestinesi, tra cui, tra i tanti, il leader spirituale di Hamas, Ahmed Yassin, raggiunto all’uscita dalla moschea da due missili israeliani. Vennero rase al suolo le case delle famiglie palestinesi sospettate di appoggiare la guerriglia e continuò la sottrazione delle risorse idriche palestinesi per rifornire le colonie ebraiche. Il 16 marzo 2003, Rachel Corrie, una giovane attivista americana che cercava di impedire la demolizione di case palestinesi nella striscia di Gaza, fu schiacciata a morte da un bulldozer israeliano.

Iniziò inoltre la costruzione di un enorme muro della lunghezza prevista di circa700 km, volto a cintare interamente i territori palestinesi e a controllare ogni movimento della popolazione palestinese, la cui costruzione è tutt’ora in corso e di cui sono già stati completati più di 500 km.

Aumentarono infine le colonie israeliane in Cisgiordania, fortemente finanziate e sostenute dal governo israeliano, viste come una strategia non militare di espansione israeliana nei territori palestinesi.

La colonizzazione è continuata ininterrottamente sotto ogni governo israeliano e continua tuttora. Come ha dichiarato recentemente Nabil Shaath, capo negoziatore palestinese, «per 21 anni (dagli Accordi di Oslo, ndr) abbiamo provato la strada dei negoziati, ma quello che abbiamo visto è stato solo un aumento esponenziale dell’occupazione». Oggi, guardando una mappa della Cisgiordania, si nota come sia interamente puntellata da numerosi insediamenti israeliani, fortificati e con propri collegamenti tra di loro vietati ai palestinesi, rendendo di fatto tecnicamente impossibile la creazione di uno Stato Palestinese.

Inoltre, uno studio del 2006 ha mostrato come il 49% dei palestinesi viva al di fuori dei territori della Palestina storica (principalmente in Giordania), il 12% in Israele e solo il 39% risieda nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Di questo 39%, però, una parte consistente è considerata profuga dall’UNRWA, in quanto non vive nella sua città d’origine ma è stata costretta a spostarsi per la guerra.

Gaza, Hamas e le ultime guerre

Nel gennaio 2006 la sfiducia dei palestinesi nei confronti della leadership di Al-Fatah portò all’ampia vittoria di Hamas alle elezioni democratiche per il rinnovo del Parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ma il nuovo governo palestinese non venne riconosciuto né da Israele, né dai paesi occidentali, che criticarono il radicalismo di Hamas e sospesero gli aiuti, alimentando la crisi economica della regione e acutendo i contrasti fra le due fazioni palestinesi. Lo scontro si riaccese soprattutto a Gaza, che a giugno 2007 cadde sotto il controllo di Hamas, mentre Al-Fatah ottenne il controllo della Cisgiordania.

La Striscia di Gaza fu isolata dal governo israeliano, che impose un embargo economico totale e bloccò ogni collegamento della Striscia con l’esterno, scatenando una gravissima crisi umanitaria. Hamas nel frattempo intensificò il lancio di razzi diretti contro Israele, che rispose con pesanti raid aerei su Gaza, culminati con la campagna militare israeliana Piombo Fuso del dicembre 2008.

Nel 2010 una flottiglia di attivisti pro-palestinesi – la Freedom Flotilla – cercò di aggirare il blocco israeliano via mare per portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza ma Israele intercettò le navi e ne prese il controllo, uccidendo 9 attivisti internazionali.

Nell’aprile 2014 Hamas e Al-Fatah annunciarono di aver raggiunto un accordo per la creazione di un governo congiunto che preparasse nuove elezioni. L’accordo fu fortemente osteggiato da Israele, che reagì con ritorsioni politiche e con il congelamento dei fondi del governo di Abu Mazen. A luglio dello stesso anno scoppiò infine una nuova guerra tra la Striscia di Gaza e Israele – l’Operazione Margine di protezione –, che causò 1462 vittime civili tra la popolazione palestinese e 8 tra quella israeliana, distruggendo la gran parte delle infrastrutture di Gaza, tra cui scuole, ospedali e perfino strutture delle Nazioni Unite e un asilo nido costruito dalla cooperazione italiana.

La Striscia di Gaza, grande solo 360 km2, è oggi una delle aree più sovrappopolate al mondo, con una popolazione che nel 2010 era di circa 1,6 milioni. Di questi, un milione e centomila sono considerati rifugiati dall’UNRWA (circa il 70%), in quanto discendenti di palestinesi costretti a rifugiarsi in quella zona durante le guerre. Ai gazawi è impedito di lasciare la Striscia di Gaza, che è interamente circondata dal muro israeliano e appare di fatto, per la sua ridotta dimensione, come una “prigione a cielo aperto”.

Oggi la Striscia di Gaza continua ad essere colpita da una profonda crisi umanitaria dovuta tanto all’embargo quanto alle distruzioni causate dall’Operazione Margine di Protezione. Nel frattempo prosegue la costruzione delle colonie israeliane in Cisgiordania, oltre alle incursioni militari israeliane nel territorio. La creazione di uno Stato Palestinese sembra quindi ancora molto lontana, bloccata sul nascere dalla ferma opposizione di Israele, da una questione del diritto al ritorno dei profughi mai risolta e da un’alleanza fra Hamas e Al-Fatah sempre più debole. Il tutto in una terra martoriata dalla guerra, divisa tra Gaza e la Cisgiordania e frammentata dal muro e dalle colonie israeliane.

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Tutte le foto sono state scattate dai membri del viaggio in Israele e Palestina organizzato nel 2012 dalla Casa per la Pace di Miliano, in cui l’autore dell’articolo ha partecipato.

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