Ucraina: Il Califfato dell’Est

Articolo scritto per il blog di Aldo Giannuli.

Nove mesi fa, come molti ricorderanno, le proteste esplose in Piazza Indipendenza a Kiev (poi ribattezzata semplicemente “Maidan”, ovvero “la piazza”) costrinsero il presidente ucraino Janukovyč ad abbandonare il potere e a rifugiarsi in Russia. Poche settimane dopo Putin reagì riprendendosi la Crimea. Nel frattempo gruppi oppositori al nuovo governo di Kiev iniziarono a mobilitarsi nell’est del paese, finché ad aprile vennero fondate le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk – poi federatesi nella Repubblica di Novorossija – in guerra contro il governo centrale e con l’appoggio strategico della Russia. Ma come si vive in queste repubbliche? Chi le dirige? E, soprattutto, che ordinamento politico si sono date dopo sette mesi di autogoverno?

Quello che appare è che siamo davanti ad un “Califfato dell’Est” – l’espressione è del giornalista Daniele Elia – in lotta per la difesa dei valori e della tradizioni russe e ortodosse, da preservare davanti alla presunta degenerazione morale dell’Europa, vista come sempre più laica e multiculturale. Non a caso la Chiesa cristiano-ortodossa è religione di Stato e sugli edifici pubblici di Donetsk sventolano bandiere con l’effige di Gesù Cristo, spesso accompagnate da una simbologia patriottica molto simile a quella di stampo sovietico. Intervistata per strada, la gente dice di combattere «contro i falsi valori dell’Europa, contro le multinazionali straniere», non vogliono «che si  facciano i gay pride», «che i [loro] bambini abbiano due papà».

Nel frattempo sono nati anche dei tribunali popolari che sembrano arrivare direttamente dal secolo scorso per metodi e condanne, senza il diritto di difesa degli accusati. Li ha creati Aleksej Mozgovoi, il principale riferimento dell’ala più radicale dei separatisti, quella che si dichiara a favore delle nazionalizzazioni, della continuazione della guerra e della radicalizzazione degli obiettivi politici. Nella lotta di potere interna alle repubbliche, ha l’appoggio dell’organizzazione “comunista” Borotba, che è anche la principale fonte di informazione della sinistra occidentale schierata con la Novorossija. Per Borotba, il comandante Mozgovoi è «molto di sinistra, anti-oligarchico e anti-burocratico e il suo ideale è l’auto-governo del popolo».

In uno di questi processi, con tanto di condanne a morte per “pedofilia”, Mozgovoi ordina che dal giorno successivo ogni donna che sarà vista in un caffè, in un bar o in una taverna sarà immediatamente arrestata. Le donne, sostiene, devono stare a casa a ricamare e il prossimo 8 marzo lo dovranno festeggiare in cucina. Alle proteste delle donne presenti in sala, la risposta del comandante è stata: «è tempo che vi ricordiate di essere russe».

Sempre Mozgovoi, intervistato sulla falsa legge che condannava l’omosessualità a Lugansk con cinque anni di prigione, ha risposto che una legge simile non esiste, ma che qualunque persona sana dovrebbe sostenerla, anche se adesso non ci sono le condizioni per applicarla.

Elezioni farsa

Il 2 novembre entrambe le repubbliche hanno tenuto le loro prime elezioni, che sono subito apparse come una farsa dato che a molti esponenti dei separatisti non è stato permesso di partecipare. Ad esempio a Donetsk sono state permesse solo due liste: una del premier Zakharchenko (poi riconfermato) e una seconda costituita all’ultimo momento e che sembrava essere sotto ogni aspetto una lista civetta. Ai comunisti non è stato permesso di candidarsi, ed hanno quindi deciso di sostenere la lista del premier Zakharchenko. Neanche il Partito Nuova Russa dell’ex Governatore del Popolo Pavel Gubarev, politicamente vicino al filosofo russo Alexander Dugin, ha avuto il permesso di partecipare, e ha quindi sostenuto la seconda lista. Colpisce che ai comunisti non sia stato permesso di partecipare alle elezioni, mentre questo diritto sia stato permesso loro alle normali elezioni ucraine (senza però riuscire a superare la soglia di sbarramento), nonostante per mesi si era parlato di un loro divieto da parte delle autorità di Kiev.

Intanto a Kiev…

Nel frattempo a Kiev le elezioni del 26 ottobre hanno portato ad un periodo di lunghe trattative che si sono poi concluse in un governo di coalizione (con l’esclusione del Blocco di Opposizione, nato dalle ceneri del Partito delle Regioni di Janukovyč) che è espressione degli equilibri precari raggiunti tra i due maggiori partiti e, dietro le quinte, tra gli oligarchi. Sono stati nominati anche tre ministri stranieri: la statunitense di origini ucraine Natalya Yaresko (ministro delle finanze), il lituano Aivaras Abromavicius (ministro dell’economia) e il georgiano Alexander Kvitashvili (ministro della sanità). La prima era a capo della sezione economica dell’ambasciata americana a Kiev, il secondo proviene dal mondo della finanza, mentre il terzo è stato promotore in Georgia di una riforma sanitaria di stampo neoliberale.

Infine, in questo clima di instabilità politica e di difficoltà economiche ancora maggiori («siamo in una situazione di default di fatto» ha dichiarato il nuovo ministro dell’economia), si aggiunge l’inquietante nomina di un neofascista a capo della polizia della regione di Kiev, e la concessione della cittadinanza ucraina a Sergey Korotkih, un criminale neonazista bielorusso che ha combattuto nel battaglione Azov, il famoso battaglione pro-Kiev dove combattono vari neofascisti.

 Dietrofront della Russia?

È difficile fare previsioni sul futuro di queste repubbliche separatiste, quel che appare chiaro è che gli Accordi di Minsk fra separatisti, Ucraina e Russia non sono stati rispettati pienamente e c’è già chi parla di una ripresa del conflitto armato con la fine dell’inverno. Sembra però che la Russia, in crisi economica e con il rublo in caduta libera, sia sempre più disposta a trattare con l’Europa per una soluzione condivisa del conflitto ucraino. Ma non è neanche da escludere un rilancio del nazionalismo grande-russo da parte di Putin proprio come via d’uscita dalla crisi. O ancora, un congelamento della situazione sull’esempio di altri territori secessionisti dello spazio post-sovietico sostenuti da Mosca, come l’Ossezia del Sud, la Transnistria e l’Abcasia. I prossimi mesi permetteranno di rispondere a molti punti interrogativi sul futuro di questo “Califfato” alle porte dell’Europa, oggi sostenuto da uno stravagante fronte internazionale che unisce settori della sinistra nostalgica con ancora una visione del mondo in blocchi e della variegata estrema destra russa ed europea.

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Un pensiero su “Ucraina: Il Califfato dell’Est

  1. Se rimane in essere il divieto di usare il russo (il primo provvedimento della giunta a Kiev), è inevitabile che la guerra continui. Nessuno accetta placidamente operazioni di pulizia etnica, specie quando ne è il bersaglio. Tutto il restante armamentario di orrori è pura e semplice guerra: non cambia mai, e non meraviglia il fatto che le parti in conflitto – nazi inclusi – ne forniscano così copiosi esempi.

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