Elezioni europee: il paradosso dell’astensione in Europa centro-orientale

Articolo scritto per East Journal.

Da Riga a Zagabria, da Sofia a Bratislava, i seggi elettorali aperti per le elezioni europee del 22-25 maggio 2014 sono rimasti vuoti in tutta l’Europa dell’est, con un disinteresse per le elezioni profondamente superiore al resto d’Europa.

L’affluenza est-europea è stata, in media, del 28%. Risultati leggermente migliori hanno toccato i paesi baltici, mentre le punte più basse si sono registrate in Repubblica Ceca e in Slovacchia. Quest’ultima in particolare, con il suo 13%, ha vinto il primato di paese europeo con la minor affluenza alle elezioni europee fin dalla nascita del Parlamento Europeo a elezione diretta nel 1979.

La bassa affluenza alle elezioni europee è in realtà una costante di questi paesi fin dalla loro entrata nell’Unione Europea, ma è continuata a diminuire progressivamente, perdendo ulteriori 4 punti percentualirispetto al 32,2% del 2009. Questa progressiva diminuzione dell’affluenza smonta quelle teorie che avevano avuto un certo credito nei primi anni successivi alla fine della guerra fredda, secondo cui era necessario aspettare alcuni anni prima che cittadini abituati alle liste bloccate del periodo socialista familiarizzassero con il voto come strumento democratico.

Inoltre il ballottaggio per le elezioni presidenziali slovacche del 2014, che ha preceduto di due mesi il voto europeo, ha visto una affluenza del 50,48%. Non molto alta, ma di gran lunga superiore al 13% di poche settimane dopo. Il problema sembra essere dovuto al fatto che i cittadini vedono le elezioni europee come elezioni “di secondo ordine”, ovvero competizioni elettorali dalla conseguenze meno importanti rispetto alle sfide nazionali, come accade spesso anche per le elezioni regionali (e infatti alle ultime elezioni locali slovacche l’affluenza è stata altrettanto bassa e ha favorito il voto di protesta).

Ma sarebbe errato considerare il disinteresse per le elezioni europee come un’espressione diretta dell’euroscetticismo di questi paesi: i risultati migliori nei sondaggi sulla fiducia nelle istituzioni di Bruxelles si ottengono infatti nei paesi est-europei ed è proprio nell’Europa Orientale che i partiti euroscettici hanno ottenuto i peggiori risultati. In Bulgaria, Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia, Lettonia e Estonia nessun parlamentare appartenente a un partito dichiaratamente euroscettico è stato eletto. Solo in Polonia (4 su 51), Ungheria (3 su 21) e Lituania (2 su 11) i partiti ostili all’Unione Europea sono riusciti a ottenere qualche seggio.

Emerge quindi un chiaro paradosso: da una parte permane ed aumenta ulteriormente il forte disinteresse per le dinamiche europee, dall’altra vi è una forte debolezza dei partiti euroscettici. Il quotidiano Sme (Slovacchia) ha provato a spiegare questo paradosso incolpando i partiti tradizionali, che non farebbero altro che litigare e che si sono mostrati poco interessati alle tematiche europee, candidando persone scialbe prive delle competenze necessarie per entrare al Parlamento Europeo.

Esiste quindi un basso interesse per la politica europea, tanto nell’elettorato quanto nei partiti tradizionali, che non dovrebbe tranquillizzare troppo l’Europa: un consenso “silente” alle istituzioni comunitarie, ancor più in un momento di forte crisi economica, è un consenso solo a metà, che mostra comunque un disinteresse di fondo che potrebbe trasformarsi in forme più articolate di opposizione, nel caso arrivasse qualche nuovo partito capace di veicolarlo.

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