GIANPAOLO PANSA, LA RESISTENZA, IL PCI E LA GRECIA: spunti di riflessione

Conoscete Gianpaolo Pansa? E’ diventato famoso al grande pubblico grazie ai suoi libri sulla Resistenza in cui denuncia senza reticenze i crimini commessi dai partigiani durante e dopo la guerra. Da Il sangue dei vinti, presentato come una novità assoluta e sua opera più famosa, è stato perfino tratto un film, con tanto di finanziamenti della Regione Piemonte. Il suo successo non è dovuto all’importanza storica dei suoi scritti (non occorre un ipocrita e tardivo Pansa per scoprire che di vendette e giustizie sommarie ce ne furono molte, dopo due decenni di brutale dittatura) ma dal fatto che si inserisce perfettamente in quella “campagna di denigrazione della Resistenza, diretta dall’alto e coltivata dai cortigiani” di cui parlava Giorgio Bocca. Dato che i suoi libri sono già stati scrupolosamente criticati (penso allo stesso Bocca o alle rigorose risposte dell’ANPI), vorrei soffermarmi su una questione specifica che Pansa affronta. Nel suo libro I Gendarmi della Memoria scrive: «è indubbio che senza il PCI non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana. E la Resistenza si sarebbe rivelata un’impresa modesta. Ma con il PCI la guerra di liberazione è diventata anche una guerra rivoluzionaria, per la conquista del potere in Italia». Ma di quale PCI sta parlando Pansa? Del PCI il cui leader Palmiro Togliatti promosse per primo la collaborazione col governo Badoglio?

palmiro_togliatti_1-19cca-ac099Semmai è vero il contrario: la dirigenza del PCI fece da freno ad una possibile evoluzione della Resistenza in una rivoluzione operaia e contadina, incanalandola invece dentro gli assetti istituzionali tradizionali che si stavano ricostruendo e che il PCI aiutò a ricostruire.

L’opportunismo di Togliatti – in linea con la volontà dell’URSS, che fu uno dei primi paesi al mondo a riconoscere il governo Badoglio – emerge chiaramente andando a vedere i documenti del tempo. Il 26 febbraio 1944 ne I compiti all’ordine del giorno dei comunisti in Italia scriveva:

« I comunisti […] chiedono l’abdicazione del re, in quanto complice della costituzione del regime fascista e di tutti i crimini di Mussolini, e in quanto centro di unificazione nel momento attuale di tutte le forze reazionarie, semifasciste e fasciste, che oppongono resistenza alla democratizzazione del paese e coscientemente sabotano gli sforzi di guerra dell’Italia. In considerazione di ciò […] rifiutano di partecipare all’attuale governo Badoglio e denunciano nella politica di questo governo un ostacolo a una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania. »

Vediamo ora le correzioni che lo stesso Togliatti apportò al documento il 1º marzo 1944, cancellando la frase precedente:

« I comunisti sono pronti perfino a partecipare a un governo senza l’abdicazione del re, a condizione che questo governo sia attivo nel condurre la guerra per la cacciata dei tedeschi dal paese. »

Era l’adesione alla politica dei “due tempi” (democrazia progressiva prima, rivoluzione socialista poi), imposta dall’Unione Sovietica a tutte le resistenze antifasciste dei paesi che nella spartizione del mondo del 1944 dovevano rimanere nell’area capitalista.

Non è vero, ad esempio, che esistesse una differenza tra una linea “moderata” del Partito Comunista Italiano e una presunta linea “avventurista” del Partito Comunista Greco. I comunisti greci, che avevano liberato il paese da soli, firmarono gli accordi di Varkiza che imponevano il disarmo dei partigiani e furono convinti dagli uomini di Stalin ad accogliere le prime truppe inglesi, che si adoperarono per ristabilire l’ordine monarchico e spararono sulla folla disarmata di Atene il 3 dicembre 1944 (per non irritare l’alleato Stalin il massacro sarà poi raccontato da Churchill come una risposta a un tentativo insurrezionale di anarchici e trotskisti).

Se i comunisti greci, che non avevano voluto prendere il potere nel ’44 quando avevano le armi e non c’erano truppe straniere, cambiarono poi strategia ritornando alla lotta armata nel ’46 e ’47 fu solo come reazione alla repressione della monarchia greca, che non fece nessuna delle concessioni che fece la borghesia italiana per ottenere la collaborazione di classe del PCI e del PSI. Ma in Italia si trattò solo di un triennio, al termine del quale, ricostruito tutto il suo potere, ruppe gli accordi ed estromise i partiti operai dal governo.

Il PCI, di nuovo all’opposizione, cercherà poi di riprendere una linea più radicale (ad esempio appoggiando l’occupazione delle terre al Sud) ma sarà già troppo tardi. La mobilitazione popolare non era più la stessa di qualche anno prima. La nuova Italia era stata creata, il mondo diviso in blocchi era ormai realtà.

Jacopo Custodi

scritto per Il Ribelle – speciale di Kronstadt – periodico pavese

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