Il difficile conflitto in Mali

In guerra, la verità è la prima vittima.

Eschilo di Eleusi

L’11 gennaio 2013 il neopresidente francese François Hollande ha dato il via all’Opération Serval, un’operazione di sostegno militare al governo maliano, impegnato in un complesso conflitto nella parte settentrionale del paese.
Nonostante le semplificazioni mediatiche dipingano il conflitto in Mali come uno scontro tra la Francia e il radicalismo islamico, la situazione è un po’ più complicata. In Mali è in corso da tempo una guerra del governo contro la popolazione tuareg presente nel nord del paese, diversa dal resto della popolazione maliana per lingua, cultura, colore della pelle e1 organizzata nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), un movimento che si dichiara laico e nazionalista e che lotta per l’indipendenza del nord del Mali (chiamato Azawad).

Nel 2012 le cose cambiano rapidamente: il presidente eletto del Mali Toumani Touré viene deposto da un colpo di stato dell’esercito, scontento per l’andamento del conflitto con i Tuareg. I Tuareg dell’MNLA approfittano del caos politico seguito al colpo di stato: lanciano un’ offensiva militare conquistando tutto il nord del Mali e dichiarano l’indipendenza dell’Azawad come stato sovrano. Qui entra in gioco il problema islamista: per ottenere l’indipendenza dell’Azawad l’MNLA è costretto a stringere alleanze con i movimenti islamisti presenti nella regione. Molto meglio armati e finanziati, gli islamisti sono divisi principalmente in tre gruppi: Al Qaeda nel Maghreb islamico, Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale e Ansar Dine. Questi gruppi iniziano a controllare alcune città del neonato Azawad imponendo leggi barbare e reazionarie, distruggendo reperti storici della cultura africana e scavalcando politicamente l’MNLA.
A questo punto il nuovo governo maliano chiede aiuto alla Francia, che non esita a intervenire. Il nord del Mali infatti è una miniera di materie prime (petrolio, gas, oro, coltan e uranio) e molte imprese francesi hanno grossi interessi nella zona. C’è la chiara preoccupazione che l’avvento al potere degli islamisti (o di un movimento tuareg laico ma radicalizzatosi in chiave antioccidentale) possa impedire lo sfruttamento delle risorse naturali.
Con l’entrata in gioco dell’esercito francese la situazione si complica ulteriormente: l’MNLA è ormai in aperto conflitto con gli islamisti e si dichiara disponibile a collaborare con i Francesi per scacciare i terroristi. Ma la Francia è a fianco dell’esercito maliano, in guerra contro l’indipendentismo tuareg. La diplomazia francese sembra alternare una politica di esclusione dell’MNLA dai giochi, per delimitare il conflitto a uno scontro Governo del Mali-Islamisti, ad una politica di dialogo con l’MNLA, per evitare una sua deriva antioccidentale che metta in discussione lo sfruttamento europeo delle risorse naturali locali. Quel che è certo è che l’MNLA non sembra affatto scomparso dal conflitto. I Francesi, dopo aver liberato Timbuktu dai jihadisti islamici (che, scappando, hanno incendiato la biblioteca della città che ospitava migliaia di manoscritti antichi) si sono diretti a Kidal, ma la città era già stata liberata dai Tuareg.
Difficile prevedere come si evolverà la situazione dopo la sconfitta degli islamisti (che probabilmente non scompariranno ma sposteranno le loro basi nei paesi confinanti), ma dal mio punto di vista è assolutamente falso sostenere che l’estremismo islamico è stato la causa di questa guerra: la crescita degli islamisti è una conseguenza della guerra. La causa è la stessa delle numerosissime guerre che hanno insanguinato l’Africa negli ultimi decenni: l’eredità del colonialismo. Per questo stupisce un editoriale di Giuliana Sgrena su Il Manifesto secondo cui “la guerra al terrorismo ha scatenato la prima guerra post coloniale in Africa”. Dove ha vissuto la Sgrena negli ultimi 50 anni? Il colonialismo ha creato in Africa Stati nazionali prima inesistenti disegnando i confini con righello e squadra, senza tenere minimamente conto delle popolazioni locali e delle loro differenze etniche e culturali. Questo ha causato nel corso degli anni conflitti intra-etnici (ma anche sul concetto di etnia si potrebbe discutere a lungo) in cui l’imperialismo europeo e americano si è sempre inserito per difendere i propri interessi.

2La situazione potrà mutare solamente quando l’Africa riuscirà a fare i conti con il suo passato e l’Europa cambierà radicalmente i suoi rapporti con le ex colonie. Ma perché questo sia possibile è necessario un definitivo cambio di potere in Europa. È quindi anche in nome dell’Africa che dobbiamo lottare per un’Europa diversa. La sfida è aperta. La crisi, nonostante tutto, ci può essere d’aiuto.

Jacopo Custodi

scritto per Kronstadt – periodico pavese

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